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Fecondazione assistita: comunicarlo ai figli

Sono molti i bambini nati da fecondazione assistita. Quando arriva il momento per i genitori di comunicarlo ai figli?

Non esiste una sola famiglia – o forse non è mai esistita – esistono famiglie di colori diversi. Famiglie con un solo genitore, famiglie adottive, famiglie separate, famiglie omosessuali, famiglie eterossessuli, famiglie i cui fogli sono nati da fecondazione assistita, tramite la gestazione per altri, tramite donazioni di ovuli e di gameti. Sono tanti i centri che oggigiorno studiano gli aspetti psicologici e psicosociali delle nuove famiglie.

Fecondazione assistita

Per molte coppie che voglio intraprendere la strada della procreazione assistita la via dell’estero è ancora quella privilegiata, anche se di recente in Italia si è sentito parlare di fecondazione assisitita specie l’eterologa. Sono in aumento le famiglie che scelgono di rivolgersi a questo tipo di percorso. Di grande attualità è il tema in Italia come altrove dell’arcobaleno di famiglie che esistono nel mondo: dal 1978 (anno in cui nacque la prima bambina con fecondazione assistita) al 2009 sono stati 3 milioni i nuovi nati tramite tecnologie riproduttive. Arriva il momento in cui un genitore si chiede se e come dire al proprio figlio/a da dove sia arrivato. In cui si domanda se il bambino ha il diritto di saperlo, in cui ha paura che il figlio/a non lo accetti o il timore che si senta diverso/a. Ma diverso/a da cosa?

Fecondazione assistita: più storie

Un aspetto importante è il grado di distress (ovvero di stress negativo) che provano i genitori nel tenere nascoste o altrimenti nello svelare le origini biologiche del figlio. Alcuni studi dimostrano che il maggior stress provato dai genitori non riguarda il contenuto in sè ma il timore di essere rifiuati. In altre parole i genitori non hanno paura di ciò che dicono ai propri figli quanto che i figli non li riconoscano più come genitori a tutti gli effetti. A seconda dell’età del bambino è stato dimostrato che i genitori fanno ricorso a diverse storie per spiegargli la sua nascita. C’è la storia dell’aiutante, una persona speciale (medico o donatore) che ha aiutato mamma e papà (o mamma e mamma o papà e papà – nel caso delle famiglie omogenitoriali) a continuare sulla loro difficile strada; in questa storia si insiste sull’aver avuto bisogno di aiuto. La storia dei pezzi di ricamnio dove l’accento si pone sul corpo che ha un pezzo non funzionante e che ha bisogno di una soluzione; la storia delle famiglie diverse, quella con un solo genitore, quelle adottive, quelle omogenitoriali o eterogenitoriali e quella con bambini nati da una fecondazione assisitica. Infine la versione più scientifica di questa verità per i figli più grandi che già conoscono il significato scientifico di ovulo e sperma.

Fecondazione assistita: comunicarlo ai figli

È chiaro che il nodo da scogliere non è sul contenuto del racconto quanto sull’emozione che i genitori portano con sè nella loro narrazione. Un’emozione di inadeguatezza, di vergogna, un vissuto di senso di colpa verso l’altro partner, verso il figlio. Certamente la fecondazione assistita offre delle grandi possibilità ed opportunità, delle grandi emozioni e dei grandi doni, ma non va’ dimenticato che alla via di una elaborazione di una genitorialità mancata – cosa che avverrebbe senza fecondazione assistita – si sostituisce una via che porta delle diverse elaborazioni, non per questo meno importanti. Il vissuto primario su cui sarebbe auspicabile soffermarsi per un’elaborazione è quello di una persona, poi una coppia infine un genitore diverso. Elaborare questo vissuto emotivo che la persona, la coppia ed il genitore si porta dietro è fondamentale per comunicare ai propri figli come sono venuti al mondo e come sono diventati i vostri figli, per comunicarlo con serenità, senza inadeguatezza né colpa.