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Padiglione 25. Intervista a Claudia Demichelis e Massimiliano Carboni

Padiglione 25 racconta la storia di un gruppo di quattordici infermieri del Santa Maria della Pietà a Roma che dal ‘75 al ‘76 condusse in autogestione un intero reparto, il venticinquesimo padiglione, appunto. Il libro in verità non racconta una storia, ma è la storia. Una presa diretta, sul 1975-76. Nel diario, chiamato “rapporto sanitario”, gli infermieri scrivevano le vicende del reparto.

A quarant’anni dalla Legge Basaglia (Legge 180) decido di contare e intervistare Claudia e Massimiliano, rispettivamente curatrice e regista di Padiglione 25.

Decido di farlo per dare voce ad un pezzo di storia che ha bisogno di essere raccontata e ricordata affinché gli operatori della salute mentale, quelli più anziani e quelli più giovani, possano attingere alle loro origini per trovare la spinta a mettersi ancora in gioco per cambiare le cose, per opporsi al sistema, per fare ancora tutti quei passi che possono condurci verso una maggiore de-istituzionalizzazione.

Ediesse online – Padiglione 25

Da dove nasce, Claudia, l’interesse per lo studio e la pubblicazione di questo Diario?

L’interesse nasce nell’ambito di una lunga ricerca. Nel 2003 entro per la prima volta nell’archivio storico del Santa Maria della Pietà – che nel 1999 aveva cessato di funzionare come Ospedale psichiatrico ed era divenuto un Centro Studi grazie al lavoro di Tommaso Losavio, ultimo direttore del manicomio – con il compito di riordinarlo e di collaborare all’attività del Museo della Mente. Ero una studentessa appena laureata, con l’intenzione di finalizzare la tesi della laurea specialistica in etnoantropologia su un progetto di sviluppo audiovisivo del Museo della Mente, istituzione nella quale ho lavorato fino al 2014. Negli anni del dottorato di ricerca mi interesso poi, più in particolare, alla storia del superamento del Santa Maria della Pietà e raccolgo, ordino e indicizzo un archivio audiovisivo contenente circa sessanta interviste a chi a diverso titolo aveva partecipato a quella storia: pazienti, psichiatri, psicologi, volontari, abitanti del quartiere in cui era sito l’ospedale psichiatrico. E soprattutto infermieri. Mi appassiono al vissuto degli infermieri e nel libro tento di spiegare questo interesse particolare: la bibliografia sul manicomio è ricca di testimonianze di psichiatri, pazienti, familiari; gli infermieri invece non hanno voce; figure ibride tra il ruolo di controllori e controllati; personaggi spesso scomodi nelle storie dei movimenti anti-istituzionali, anche e soprattutto quando sono sindacalizzati, perché guardano più alle ore di servizio, allo straordinario, al salario, che alla formazione che ricevono, al ruolo che esercitano di “zoccolo duro” dell’istituzione. Lo stesso Basaglia, ne “L’istituzione negata” fa emergere nei testi delle assemblee di reparto il ruolo spesso recalcitrante degli infermieri a processi di trasformazione. A Gorizia – e poi a Trieste –  c’è Basaglia, c’è un nucleo di psichiatri che si prepara ad irradiare in altre realtà italiane la scommessa di rovesciamento istituzionale. A Roma Basaglia non c’è e, nonostante alcune esperienze di superamento sostenute da psichiatri quali Franco Paparo o Massimo Marà, tutto sembra inamovibile. Tocca allora agli infermieri  – dapprima del padiglione 16 e poi del 22 – attuare il cambiamento: per i pazienti ma anche per se stessi. Nell’occupazione del padiglione 25 c’è la storia di una spinta all’autodeterminazione, di una battaglia per la liberazione degli infermieri, di ex operai, di uomini ancora dotati di coscienza politica e non istituzionalizzati, prima ancora  che di pazienti. Io incontro questa storia casualmente, trovando un diario pubblicato nel 1977 da Marsilio editore; poi cerco, incontro e intervisto i protagonisti di questa vicenda nel 2005 e, da allora, mi prometto di non farla cadere nell’oblio. L’incontro con Massimiliano Carboni, nel 2013, mi dà la possibilità di iniziare a ragionare su come raccontarla in un film documentario.

Una domanda per Massimiliano,cosa ti ha spinto a produrre un film a partire da questo Diario?

Trovo che sia una storia affascinante, innanzitutto per il fatto che pone l’attenzione su quella parte di mondo della psichiatria che fino ad oggi non ha avuto molto spazio per raccontare la sua versione, mi riferisco agli infermieri psichiatrici. In aggiunta trovo che sia una storia paradigmatica che parla ad un mondo più largo che non solo quello della psichiatria. Quella che abbiamo cercato di raccontare è innanzitutto una storia di emancipazione personale di affrancamento dai ruoli dati da una istituzione totale come era quella dei manicomi.

Per voi, che all’epoca dei fatti, non eravate presenti, che valore ha avuto lavorare, tramite il libro ed il film, ad un pezzo di storia così perturbante?

(Claudia) Sono nata nel 1980 e la storia di quel periodo l’ho appresa solo alla fine degli anni novanta, quando l’ho studiata a scuola e soprattutto quando ho iniziato a fare le mie prime esperienze politiche e quindi anche a leggere, documentarmi, interessarmi ad un periodo di grandi riforme come quello in cui avvengono i fatti del padiglione 25. Gli “anni di piombo” spesso li sentiamo definire e io non amo affatto questa definizione, perché, al di là del piombo, gli anni settanta sono fatti di tante vicende genuine, pulite, spesso anche ingenue, ma dotate di una dirompente carica positiva che fa bene al presente; e sono quelle che mi interessano e che approfondisco solitamente con i miei studenti. Quando tu dici che questa storia è “perturbante” io ti rispondo che, in questo senso, non poteva essere usato un termine migliore per quanto mi riguarda: perturbante è qualcosa di dichiaratamente altro ma nel quale percepiamo un’inspiegabile somiglianza con noi stessi. E questa storia per me è perturbante proprio perché la vedo da esterna, ma la sento molto vicina a me.

Quale fu a vostro parere la vera sfida affrontata dagli infermieri protagonisti di questa rivoluzionaria impresa?

(Massimiliano) Convincere loro stessi e gli altri, i pazienti internati e ancora di più i loro familiari, che l’istituzione fosse superabile e ancora guadagnare l’autorevolezza necessaria per gestire il confronto con una classe medica che in quegli anni a Roma era ancora molto indietro rispetto alle istanze portate avanti in altre parti d’Italia.

Dalla documentazione a vario titolo e genere che avete raccolto per la produzione di questi due lavori, qual è il ruolo, in questa realtà del Padiglione 25, della comunicazione autogestita tra gli infermieri, del Diario quindi?

(Claudia) Il diario è forse il vero protagonista del mio libro. Al centro della vicenda c’è questo strumento che acquisisce via via diversi ruoli, tutti importanti. E’ innanzitutto il simbolo di un cambiamento: si passa dal Registro di consegna su cui ogni infermiere, iniziando il turno, prendeva regolare consegna dei pazienti, limitandosi a registrare un dato e ad apporre la sua firma, ad un vero e proprio racconto della giornata di reparto; c’è uno sforzo di descrizione, di narrazione, di auto-analisi e poi certamente di comunicazione. Il diario è anche uno strumento di gestione; è leggendo le annotazioni del collega smontante il turno precedente che si capisce su quali animi raccordare il proprio, quali sono le necessità, i compiti da svolgere, le attenzioni da dedicare. Il diario diventa anche uno strumento fondamentale per vincere la vicenda legale che vedrà coinvolti gli infermieri; un paziente ne uccide infatti un altro in un pomeriggio del 1976 e si apre un processo che durerà ben cinque anni. La pubblicazione del diario nel 1977 servirà al gruppo, che rimane sempre coeso in questi anni difficili, per reperire risorse finanziarie con cui pagare l’avvocato. Ma c’è dell’altro, il diario li salverà durante il processo, contiene la prova che li scagionerà… ma su questo sorvolo, evitando di svelare il colpo di scena che il lettore troverà nell’ultimo capitolo del libro, se avrà il piacere di immergersi nella lettura. E poi, innegabilmente, il diario è strumento di comunicazione, in ultima battuta, ancora oggi; è grazie a quelle pagine, a quella narrazione polifonica che oggi riceviamo una traccia vivace di una vicenda che ha molto da comunicare nel presente.

A vostro parere, anche se non operatori della salute mentale di oggi, quali pensieri stimola sull’oggi la lettura e la visione di Padiglione 25?

(Massimiliano) C’è molto bisogno di rileggere oggi Padiglione25. E’ una storia che dà un segnale forte di ribellione e presa in carico del proprio destino prima ancora che di quello dei pazienti psichiatrici. Del resto come è possibile essere di aiuto ad un paziente psichiatrico se prima non si ha rispetto per se stessi? Ecco secondo me questa storia insegna che c’è bisogno di rispetto per se stessi in primo luogo, per il lavoro che si svolge, per l’uomo o la donna che ti trovi di fronte e che ha bisogno del tuo sostegno e della tua attenzione.

My movies – Padiglione 25