Psicoarte, Psicocinema

The place: quale luogo?

The place, un film di Paolo Genovese, attualmente nelle sale cinematografiche italiane, regala un luogo scomodo da abitare. Lo spettatore che si lascerà interrogare dai temi trattati, si muoverà sulla poltrona più e più volte alla ricerca di una posizione che gli possa risultare consona. Probabilmente, arriverà alla fine del film, e ancora non l’avrà trovata.

La scelta di vedere questo film, è stata dettata principalmente da una domanda che accompagnava alcune recensioni che avevo trovato sul web: “cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?”. Essendomi, il tema del desiderio, molto caro, ero interessata a vedere come il regista lo rappresentasse e interpretasse.

Per gran parte della visione, ho avuto in mente un libro uscito in America nel 1971 di Luke Rinehart, L’uomo dei dadi, dove un noto psicanalista con una vita stabile professionalmente e sentimentalmente, annoiato dalla routine, decide, per gioco, di interrogare un dado. Da quel giorno la sua vita e quella di tutti intorno a lui, nessuno escluso, subirà profondi cambiamenti. Da quel giorno, il suo dio, saranno i dadi, vi si affiderà per qualsiasi scelta: ogni faccia del dado rappresenta una azione da compiere e a seconda del lancio del dado, lui si ritroverà un giorno a fare una cosa, un giorno un’altra. Il libro interroga sul tema del libero arbitrio, sulla possibilità di essere artefici delle proprie scelte.

Questo film, sebbene in modo diverso, sembra avvicinarsi a questo sentiero.

 

Persone disperate, ognuna portatrice di più o meno nobili desideri, si recano da un uomo che siede ad un tavolino di un bar, the place, appunto. L’uomo in questione, attingendo da un enorme libro dove appunta le vite dei suoi “clienti” e i loro dettagli, assegna ad ognuno di loro un compito per ottenere ciò che vogliono.

Le azioni che egli propone sono azioni scomode, azioni che vanno contro la loro morale, i loro principi. Eppure, nonostante questo, molti di loro sembrano non farsi scrupoli nel tentare. Il loro dolore ed il loro attaccamento a ciò che sembrano desiderare è così forte, da spingerli a tentare di tutto, anche mettere in crisi la loro coscienza. Un poliziotto che vuole riconquistare il rapporto con il figlio, dovrà picchiare a sangue un ragazzo, una suora che non sente più Dio dovrà rimanere incinta, un uomo cieco dovrà, per riconquistare la vista, stuprare una donna, una signora, per salvare il proprio marito dall’Alzehimer, dovrà costruire una bomba e farla scoppiare. E così via, per altri quattro personaggi.

Ognuno di loro viene messo in crisi dal compito che gli viene affidato, nella speranza di ottenere ciò che desiderano. Vedere ciò che sono disposti a compiere, spaventa. Mostra quanto male l’uomo può arrivare a compiere per ottenere ciò che pensa di desiderare.

Una prima osservazione: ciò che le persone desiderano sono situazioni impossibili. Situazioni impossibili, contro le quali non è oggettivamente possibile fare niente, come riconquistare la vista, salvare il figlio da un tumore, il marito dall’Alzheimer, avere con il proprio compagno un rapporto d’amore vero. Le persone che si siedono al tavolino di quel bar, portano storie e desideri irrealizzabili. Cercano e vogliono ciò che la realtà, nel suo essere traumatica, non può concedere loro. I loro “desideri” emergono da situazioni dolorose, ma nascono dalla loro impossibilità di accettarne il non senso, ovvero la portata traumatica della realtà, di ogni loro realtà. I loro desideri, sono fuori da questa logica. Paradossalmente, pur professandosi come desideri sono fuori dalla logica del Desiderio. Essi lottano contro le loro realtà. Verso le quali, invece, manca un elemento fondamentale, l’accoglienza.

Altro aspetto, ognuno di loro, nella sua lotta interiore per svolgere gli atroci compiti che gli sono assegnati, accusa il misterioso uomo di essere il responsabile della loro condizione, di essere, cioè, il fautore del loro male.

Si può notare che i vari personaggi, per non accettare la loro realtà traumatica, generano situazioni ben peggiori, in certi casi ben più crudeli e spietate. E, secondariamente, accusando l’uomo di essere la causa della loro condizione, non capiscono, come egli spesso dice loro, che essi stessi possono scegliere. Loro possono scegliere se compiere quelle azioni per ottenere ciò che credono di desiderare, o se, invece, non compierlo. La libertà è la loro e la libertà sta nella loro possibilità di scegliere.

Un ulteriore osservazione.

L’uomo è misterioso, seduto ad un tavolo di un bar, accoglie i suoi clienti e prende continuamente nota dei dettagli delle loro azioni. Non sappiamo di lui ciò che sappiamo degli altri personaggi, ciò che ci aspetteremmo di sapere. Di lui sappiamo solo che è totalmente assorbito da ciò che fa. La cosa che colpisce, è l’enorme librone sul quale egli scrive i dettagli dei racconti delle persone che vanno da lui e dal quale estrae, con un’apparente casualità, il compito da assegnare loro. Questo libro non si capisce fino in fondo quanto sia già scritto, o quanto sia lui stesso a scriverlo. Trasponendo: le nostre scelte sono già scritte oppure quel libro lo scriviamo noi con le nostre azioni?

L’ultima considerazione, è il titolo del bar, che poi coincide con il titolo del film: The place. Il luogo. In questo luogo tutti convogliano per chiedere ad un altro di esaudire i loro “desideri”. The place è anche il luogo dell’incontro, dell’incontro con l’Altro, l’incontro che ci permette di leggerci dentro è rendere decisiva una scelta. E’, in sintesi, il nostro luogo della scelta. Quel luogo scomodo da abitare: ora è chiaro perché risulta difficile trovare una comoda posizione sulla poltrona del cinema. Ma è anche quel luogo inevitabile, quel luogo all’interno del quale, l’uomo, può veramente dirsi tale ed esercitare, così, la propria libertà.

Può essere che, quell’uomo solitario al tavolino del bar, tentasse di risollevare i suoi clienti dalle loro realtà traumatiche, donando loro il brivido della scelta e la vertigine dell’altura che solo un senso di libertà sa generare?