Psicoarte, Psicomostre

Vivian Maier: una mostra

Fino al 18 Giugno 2017 sarà in mostra, al Museo di Roma in Trastevere, Vivian Maier.

Nata a New York nel 1926 e deceduta nel 2009 a Chicago, a causa di un banale incidente, è stata una fotografa statunitense, della cui attività artistica si sapeva ben poco fino a pochi anni prima della sua scomparsa. Vivian Maier, così come altri artisti, rimase sconosciuta fino a quando nel 2007, John Maloof, anche lui americano, acquistò all’asta i suoi negativi. La scoperta di Maier da parte di Maloof è ben documentata nella pellicola Finding Vivian Maier, di cui consiglio vivamente la visione.

In mostra è possibile ammirare 120 fotografie in bianco e nero scattate nella New York ed in Chicago degli anni ’50-’60 ed alcune foto a colori.      

 

Ciò che mi colpisce negli scatti di Vivian è la precisione e al contempo la fugacità dell’attimo colto. Due elementi apparentemente in contrapposizione, l’uno che richiede stasi, l’altro che richiede prontezza e dinamicità. Nella Maier però, sono co-presenti e visibili in ogni foto: la fugacità di uno sguardo, di una folata di vento, di una composizione cromatica, della sincronia di movimenti, della luce riflessa e la precisione dello scatto, la simmetria, la centralità; una precisione che richiederebbe preparazione e fermezza.

Altro elemento caratterizzante gli scatti della Maier per uno sguardo non professionale quale il mio, lo specchio. Vivian utilizza gli specchi con maestria e sempre con accuratezza, i self-portrait sono sempre allo specchio o in immagini riflettenti come pozzanghere o vetrine, alle volte con sguardo divertito e scherzoso, alle volte producendo un’immagine di mostruosità e sentimenti di angoscia. Altre volte per duplicare la realtà all’infinito o per prendersene gioco.

Sebbene la grande varietà di personaggi che viene rappresentata negli scatti della Maier, dagli anziani ai bambini, dai senzatetto alle donne, dagli uomini di colore ai lavoratori, emerge un gran senso di solitudine. La sua Rolleiflex per Vivian era evidentemente quello che è il diario per chi usa trascrivere la propria vita su carta, le foto di Vivian non sono solo un reportage dell’America degli anni ’50 -’60 ma la narrazione del proprio mondo interiore, un diario appunto profondamente intimistico che secondo il mio sguardo usa raggiungere l’apice proprio nei self-portrait.