Psicoarte, Psicomostre

Disturbi mentali e nazionalsocialismo: una mostra al Vittoriano

Un’interessante mostra dal 10 Marzo 2017 al 14 Maggio 2017 sul tema dei disturbi mentali e del nazionalsocialismo alla Sala Zanardelli del Vittoriano, a Roma.

Una mostra organizzata dalla Società Tedesca di Psichiatria, Psicoterapia e Psicosomatica (DGPPN), in collaborazione con la Fondazione Memoriale per gli Ebrei Assassinati d’Europa e la Fondazione Topografia del Terrore, Berlino.

 

L’operazione T4

La mostra ripercorre storiograficamente gli anni in cui i malati psichici e i disabili venivano schedati, siamo nel 1939, e poi uccisi, a partire dal 1940. La sede generale delle operazioni si trovava a Berlino, a Tiergartenstrasse 4, indirizzo che diede il nome all’operazione “T4”.

La gestione dell’operazione, chiamata “affare segreto del Reich“, coinvolse il Ministero dell’Interno e di Giustizia e le amministrazioni generali, che all’epoca erano responsabili degli istituti.

Inizialmente, tra il 1940 ed il 1941 molte persone morirono nelle camere a gas, parliamo di circa 70.000 persone ricoverate negli istituti. Dal 1942 in poi, molte morirono per avvelenamento o per inedia.

Le uccisioni avvenivano per ordine di Hitler, tramite un ordine informale su carta intestata personale. Questa comunicazione costituì il fondamento amministrativo degli omicidi per “eutanasia“. Dopo il 1945, gli stessi giuristi si appellarono a questo documento per difendersi.

Schedatura e valutazione

Tramite la schedatura venivano individuati i pazienti con diagnosi come schizofrenia, epilessia. Molti direttori degli istituti pensarono che la schedatura servisse per separare i pazienti in grado di lavorare da quelli maggiormente bisognosi di assistenza, e che le derrate alimentari destinate a questi ultimi sarebbero diminuite. Quando il vero scopo della schedatura divenne noto, alcuni istituti gestiti dalle chiese smisero di effettuarla. In questi casi, le commissioni mediche dell’Operazione T4, si recavano in loco per selezionare le vittime.

Sui moduli era riportata la diagnosi del paziente, la durata del ricovero, se riceveva regolarmente visite e la sua “razza”. Ciascun modulo veniva inviato a tre periti e ad un supervisore. La capacità di lavorare del paziente rappresentava un criterio chiave sulla base del quale veniva deciso se ucciderlo. Con il segno <+> i periti ne decretavano l’uccisione.

Le notifiche alle famiglie

La segreteria di uccisione dell’Operazione T4, battevano a macchina decine di migliaia di notifiche indirizzate alle famiglie delle vittime. Quasi tutte le informazioni contenute in questi certificati erano false: la causa e le circostanze del decesso, scelte arbitrariamente dai medici, il nome del medico firmatario e spesso anche il luogo e del data del decesso.

Gli avvisi di trasferimento dei pazienti presso altri centri venivano interpretati da molte famiglie come annuncio della loro morte imminente.

Uno protesta pubblica

La Chiesa cattolica si oppose alla sterilizzazione forzata. Da molti documenti degli istituti della Caritas emerge la contrarietà alla classificazione delle persone in base al loro valore economico.

Quando le uccisione dei pazienti iniziarono, i vescovi provarono a influenzare i governanti tramite lettere e petizioni. La Conferenza episcopale si espresse ripetutamente contro le uccisione delle persone malate. Ma fu solamente l’omelia del Vescovo di Munster, Clemens August von Galen, ad avere risonanza al di fuori delle parrocchie.

Nella sua omelia del 3 agosto 1941, von Galen parlò pubblicamente degli omicidi. L’invasione dell’Unione Sovietica era avvenuta due mesi prima provocando inquietudine nella popolazione rispetto all’esito della guerra. Dunque, il regime non osò arrestare il popolare vescovo; l’omelia rimase senza replica ufficiale e ne vennero segretamente distribuite molte copie. Come conseguenza, il 24 agosto 1941 l’Operazione T4, fu sospesa. Tuttavia, le uccisioni dei pazienti proseguirono con modalità più occulte.

Dopo il 1945: rimozione e memoria

Le vittime della sterilizzazione forzata, i sopravvissuti ai centri di uccisione e i familiari dei pazienti assassinati ricevettero scarso sostegno dopo il 1945.

I concetti di “inferiorità” e di “difetto genetico” continuarono a lungo ad essere influenti. Presso molti istituti i tassi di mortalità rimasero elevati anche nell’immediato dopoguerra.

Per molto tempo le vittime non furono riconosciute come persone perseguitate dal nazismo.

Numerosi medici e infermieri, direttamente o indirettamente implicati negli omicidi, continuarono a lavorare negli ospedali psichiatrici. Anche molti ricercatori che avevano partecipato ai crimini continuarono indisturbati la loro carriera.

Solo a partire dagli anni Ottanta, iniziò una commemorazione pubblica delle vittime.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una mostra della